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digitaleThe Face of the Bass Clef nusica.org 2026 Descrizione: Ornetrio Tangheri e I Lestofanti della 19F - Paolo Jus – basso; Mariano Bulligan – violoncello; Giorgio Giacobbi – sax tenore. Rileggere Ornette Coleman tra scrittura e improvvisazione Il progetto Ornetrio Tangheri e i Lestofanti della 19F nasce da una ricerca musicale avviata da Paolo Jus attorno al repertorio di Ornette Coleman, affrontato non come semplice omaggio ma come materiale da rimettere in gioco attraverso la scrittura e l’improvvisazione. Un lavoro che prende forma inizialmente in ambito accademico, all’interno del percorso di studi al Conservatorio di Trieste, e che si sviluppa poi come progetto autonomo, con una fisionomia precisa. Pubblicato da nusica.org, Face of the Bass Clef è il 40° album della label trevigiana. Il titolo del disco richiama The Face of the Bass, brano di Coleman, e chiarisce la prospettiva del progetto, pensata a partire dalla chiave di basso. Il punto di partenza è l’idea di un trio “da camera” inusuale, costruito su un baricentro timbrico nel registro grave: una scelta che incide direttamente sulla scrittura e sull’equilibrio del gruppo, portando i tre strumenti a condividere lo stesso spazio sonoro e a contribuire in modo paritario alla costruzione dell’armonia. Nella prima idea di organico lo strumento poi diventato sax era un trombone, ma anche dopo questa evoluzione l’impianto resta compatto, concentrato, coerente. Paolo Jus, musicista eclettico classe ’92, si muove con naturalezza in diversi contesti sonori. Autore di musiche per il teatro e apprezzato bassista friulano, ha dato vita a un progetto originale circondandosi di talenti del territorio che condividono con lui la passione per la sperimentazione e la commistione dei linguaggi musicali. Da questa visione prende forma anche la scelta dell’organico e della scrittura: gli arrangiamenti, firmati da Jus, sono pensati per un organico essenziale e molto caratterizzato – basso, violoncello e sax tenore – in cui Mariano Bulligan, già conosciuto e stimato nel mondo dell’improvvisazione libera, e Giorgio Giacobbi, sassofonista poliedrico capace di sfruttare al massimo le possibilità timbriche e tecniche del proprio strumento, definiscono l’identità del progetto attraverso un dialogo costante tra improvvisazione, scrittura e attenzione al suono come materia espressiva. «Il mio incontro con Ornette Coleman è stato spiazzante – racconta Paolo Jus - Mi aspettavo un free “estremo”, e invece ho trovato una musica precisa, ritmica, dove ogni gesto ha un peso e una direzione. Da lì è nata una domanda che mi accompagna ancora: come si passa dalla costruzione alla destrutturazione, e come si possono tenere insieme libertà e forma senza che, per chi ascolta, tutto diventi un rumore indistinto. Mi interessa il punto in cui la scrittura si apre e diventa improvvisazione senza perdere coerenza: non libertà come arbitrio, ma libertà come scelta, dentro un linguaggio condiviso. “Face of the Bass Clef “nasce da qui, dal tentativo di mettere in relazione rigore cameristico e improvvisazione libera, lasciando che siano il contesto e la relazione tra i musicisti a tenere insieme la forma.» Il disco ruota attorno a una tensione costante tra due poli: da un lato una scrittura rigorosa, di impronta cameristica, dall’altro la libertà dell’improvvisazione legata alla pratica del free jazz. È una dialettica che si sviluppa direttamente nella musica, attraversando diversi gradi di relazione tra struttura e libertà e aprendo a più modi di intendere la musica improvvisata. All’interno del repertorio, i brani assumono forme e funzioni differenti, seguendo una traiettoria che mette in gioco modalità diverse di rapporto tra scrittura e improvvisazione. Si parte con Lonely Woman, riletto con un impianto che richiama l’idea di un quartetto d’archi e con una costruzione, al netto degli spazi solistici, sostanzialmente scritta dall’inizio alla fine. The Sphinx mette subito in relazione un tema cameristico rigidissimo con una improvvisazione che, proprio perché preparata da una scrittura ferrea, può diventare radicale. Il punto di massima apertura è rappresentato da W.R.U., dove il tema funziona come una sorta di “copertina” e il brano si costruisce in tempo reale, guidato dal basso in una logica di ascolto e risposta. Dentro questo arco si inseriscono però due episodi che mettono ulteriormente a fuoco il carattere del progetto: Una Muy Bonita porta in primo piano un’idea quasi teatrale, in cui una “storiella” diventa struttura musicale e l’arrangiamento vive anche di ciò che non è scritto sullo spartito; Human Being – unica composizione non firmata da Coleman – è un brano di Charlie Haden, scelto da Jus come figura chiave e riferimento naturale di quel mondo, in cui l’improvvisazione resta legata allo sviluppo di cellule ritmico-melodiche del tema. Da qui il disco avvia un movimento di ritorno verso una nuova sintesi: Chanting recupera un lessico più cameristico e chiude di fatto l’album come progetto. Congeniality, ultimo brano, è invece un basso solo con funzione di “riordino delle idee”, un congedo che ribadisce l’idea di improvvisazione come racconto e costruzione nel tempo. Ne emerge un disco che affronta l’improvvisazione come pratica consapevole e condivisa, lontana dall’idea di casualità, in cui ogni scelta trova senso all’interno di una costruzione collettiva. |


