INTERVISTE



#tempocalmo: 5 domande ai musicisti in tempo di coronavirus: Nicola Mazzanti
Nicola Mazzanti, flautista – Ottavino del Maggio Musicale Fiorentino
1 - Come passa il suo tempo e di cosa si sta occupando sul piano musicale?
Questi due mesi, strano a dirsi, sono stati molto intensi. Ovviamente il lavoro con l’orchestra si è fermato e davvero questa è la cosa che più mi ha addolorato: avevamo tanti progetti musicali di altissimo livello e con grandi artisti! La cospicua attività di insegnamento è proseguita online, obbligando tutti a colmare le inevitabili lacune pedagogiche, psicologiche e tecnologiche in questo campo. Ma, al di là di questo, questo è un tempo per la riflessione e idee: la cosa più difficile è avere intuizioni ma non poterle progettare e sviluppare perché questa pandemia non ha tempi certi! Così, oltre lo studio e l’ascolto mi sono messo a scrivere nuovi supporti didattici per l’ottavino che spero di realizzare presto.
2 - Ha proposto sue esecuzioni in streaming?
Appena iniziato il lockdown ho pensato che sarebbe stato bello e forse utile mostrare il mio warm up quotidiano. Così ho ideato la serie “Practice the Piccolo with…”. All’inizio sono partito con tre dirette di un’ora ciascuna di tecnica ottavinistica, con ampio spazio per domande e considerazioni dei partecipanti. Le dirette sono state effettuate dalla pagina Facebook dell’International Piccolo Festival, l’evento ottavinistico che ogni anno si tiene a Grado (GO) e che mi vede direttore artistico. Poi mi sono detto: “Perché non allargare questa esperienza agli ottavinisti più importanti, così da creare una vera community?” Alla fine è venuta fuori una cosa gigantesca: strumentisti dalle orchestre di Chicago, Los Angeles, Zurigo, Monaco, Lipsia (e mi spiace non citare tutti!) si sono alternati nello spiegare le loro tecniche di studio. Abbiamo prodotto (devo ringraziare tantissimo Daniela, Valeria e Francesco per il loro aiuto) 23 dirette: un lavoro enorme, impressionante!
3 – Terminata l’emergenza COVID - 19 a suo avviso il modo di fruire la musica dal vivo sarà lo stesso o ripensato?
Terminata l’emergenza ci sarà un grosso periodo di riadattamento, dove sarà ancora presente la prudenza e forse la paura del contatto umano. Ma alla fine credo che torneremo come prima: io non riesco ad immaginare una maniera diversa di fare musica se non con la vicinanza. La musica esige la vicinanza! La musica nasce per avvicinare! Per fare musica con gli altri e per gli altri occorre sentire il respiro intorno a te, il calore umano. Onestamente ho la segreta speranza che questa forzata assenza ci abbia fatto capire proprio questo: il medium tecnologico è utile e importante ma non può sostituire la presenza reale, in persona, né nei concerti né nell’insegnamento
4 - Quale futuro lavorativo si prospetta per il settore e soprattutto i giovani interpreti dopo la pandemia?
Il settore, inutile negarlo, sta già soffrendo una crisi pesante. Ho ancora la fiducia che la classe politica voglia non solo aiutare ma promuovere e incentivare sempre più la musica dal vivo: un popolo non si riconosce nelle strategie economiche, un popolo si riconosce nei valori e nelle prassi culturali. Devo però aggiungere una cosa: il futuro degli eventi musicali è anche in mano nostra. Non lamentiamoci che non si incentivano i concerti (e quindi i posti di lavoro nel settore) se noi stessi non frequentiamo assiduamente sale da concerto, teatri, piazze! L’amore per la musica può essere contagioso: ognuno faccia la sua parte!
5 – Vuole rivolgere un pensiero/appello al pubblico dei concerti?
Il primo pensiero è che il pubblico, non chi suona, è il vero soggetto dei concerti: senza pubblico il concerto non ha semplicemente ragione di esistere. Il primo appello è quindi quello che ciascuno si impegni, ancor più di prima, ad andare ai concerti: farà del bene a sé stesso e all’intera comunità musicale. Il secondo pensiero è che la musica è un bene nazionale, di ogni nazione. Un bene quindi cha va tutelato e finanziato con intelligenza ed estrema oculatezza. Nei momenti più pesanti di questo lockdown, quelli dell’estremo silenzio, sono stati i musicisti dai balconi a dare suono e colore, a tenere viva una speranza. Sono stati magari quei musicisti che proprio a causa del lockdown hanno perso il loro lavoro: che sia sempre nella memoria di chi pensa che con la musica (con la cultura) non si mangia!
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