INTERVISTE



Chiara Bertoglio: pensieri su Musica e Spiritualità
Chiara Bertoglio, pianista singolare e musicologa, da anni, nonostante la sua giovane età, stupisce per la qualità delle sue indagini incentrate soprattutto sul rapporto tra Musica e Spiritualità. La intervista Francescantonio Pollice.
Nella sua esperienza personale, come interagiscono la musica “suonata” e la musicologia? Cosa possono dare l’una all’altra?
Sono molto grata a diversi dei miei insegnanti per avermi sempre incoraggiata ad interrogare la partitura con umiltà. Il conseguente approfondimento musicologico non è stato che lo strumento per porsi in dialogo con la musica ed il compositore con maggiore cognizione di causa. Attraverso la ricerca musicologica, l’esame delle strutture portanti e dei dettagli della partitura si è arricchito di ulteriori aspetti che consentono di osservare con uno sguardo diverso il brano che si esegue. Trovo che la musicologia raggiunga uno dei suoi obiettivi quando riesce a provocare stupore, meraviglia ed ammirazione nel musicista, a cui si rivela, sotto le dita, la grandezza di ciò che è chiamato ad eseguire. Penso, quindi, ad uno studio accademico non fine a se stesso ma, al contrario, risorsa preziosa per il musicista che desidera avvicinarsi, quanto più possibile, alla “verità”, naturalmente intesa in senso molto ampio e profondo, di un brano. Troppo spesso, invece, ho incontrato situazioni ben diverse. Nel mondo della musicologia, spesso è assente un vero dialogo ed una conoscenza “dall’interno” delle problematiche della musica “suonata”. La logica del “quod erat demostrandum”, in una musicologia troppo scientifica e positivista, a volte priva la musica proprio di quella sua ricchezza semantica, di quella pluralità di significato che certo non contraddice la “verità” del suo essere profondo. Dall’altro lato, moltissimi esecutori ritengono ancora superfluo l’approfondimento della musicologia (analisi, prassi esecutiva…), e non si rendono conto di quanto le loro interpretazioni potrebbero essere arricchite da un approccio più consapevole a quanto eseguono. Il mio tentativo di conciliare i due ambiti cerca di realizzarsi anche nel momento del concerto: quando il contesto lo permette e lo richiede, mi fa sempre piacere introdurre i brani che eseguo, contestualizzandoli nella loro cornice culturale e musicale. Le reazioni invariabilmente positive che ricevo mi incoraggiano a continuare su questa strada.
I suoi libri spesso si ricollegano a tematiche relative alla spiritualità, alla filosofia, alla teologia; Quali sono i motivi di questo interesse?
Motivi innanzi tutto personali, chiaramente, dovuti alla centralità dell’esperienza cristiana nella mia vita. Accanto a questi, c’è tuttavia anche un profondo desiderio di 'integrazione': di far illuminare il cammino della musica da quelli, paralleli e complementari, delle altre forme di conoscenza ed espressione artistica dell’uomo. Credo che ogni vero musicista abbia in sé l’intuizione di qualcosa d’infinito con cui le partiture più belle ci pongono a contatto: la musica ci avvicina ad esperienze umane anche molto diverse da quelle che viviamo, e, nel momento in cui le facciamo rivivere attraverso la nostra interpretazione, esse entrano a far parte della nostra stessa esperienza. La musica diviene così una forma molto alta di 'empatia', come diceva Edith Stein: un modo per farsi vicino all’uomo, ad ogni uomo, proprio mentre si entra a contatto con quell’ineffabile che il credente chiama Dio. E questa non è solo una convinzione teorica, bensì una concreta esperienza di vita. Da qualche anno tiene corsi estivi sul rapporto fra Musica e Spiritualità. Quali sono i riscontri negli allievi e quanto questa esperienza contribuisce ad approfondire la Sua personale ricerca in questo ambito?
Sono momenti molto belli, preziosi e profondi. Partecipano a questi corsi persone di tutte le età e di diverse provenienze culturali: perciò, si tratta di esperienze oltremodo arricchenti anche per me. I corsi sono sempre 'dialogati' con un esperto di altri ambiti della cultura o teologia, per cui risulta molto stimolante questo lavoro di équipe; immaginare e progettare il corso mi permette di approfondire temi che amo profondamente e che mi appassionano; durante il corso, anche al di fuori delle lezioni ufficiali, c’è sempre un intenso scambio con gli altri docenti ed i partecipanti; inoltre, poiché i corsi prevedono ogni sera un mio concerto, l’aspetto espressivo e creativo va sempre a braccetto con quello teorico e speculativo.
Il Suo modo di pensare, direi di vivere la musica l’ha portata ad esibirsi oltre che in importanti sale in tutta Europa anche al di fuori dei suoi contesti ufficiali. Può parlarci di questa esperienza?
Ho avuto la gioia ed il privilegio di “portare la musica”, con un gruppo di colleghi musicisti che si è dato proprio questo nome, in contesti di sofferenza ed emarginazione in cui altrimenti essa non sarebbe giunta, ed ho ricevuto conferme sorprendenti di questa realtà. Dopo che avevamo suonato Bach al carcere minorile (con un’audacia che rasenta l’incoscienza!), una giovanissima detenuta mi prese da parte sussurrandomi che “nel cortile dell’aria era fiorito un ciliegio”. L’unica cosa bella lì dentro era quel ciliegio in fiore: l’unica risposta alla bellezza della musica di Bach. Oppure, nel centro oncologico, un paziente che commenta: “Quest’ora di musica mi ha fatto bene come una chemio, ma senza gli effetti collaterali”. Per questo motivo, sono profondamente persuasa che i musicisti siano tanto più grandi quanto più profondamente coltivano la loro umanità e la loro spiritualità. Credo che la musica sia una forma particolare di servizio all’uomo, il nostro modo specifico per accostarci alle sue sofferenze con dolcezza, delicatezza e rispetto.
C’è, quindi, ancora spazio per un ruolo “sociale” della musica, nel mondo odierno?
Assolutamente sì. Sono convinta che, oggi più che mai, l’uomo abbia bisogno di bellezza, di speranza, e di riflessione. Alla banalizzazione ed alla volgarità la musica risponde con il suo fascino discreto e sublime. Alla solitudine, alla disperazione ed all’incomunicabilità che paradossalmente caratterizzano l’era della comunicazione, la musica risponde creando “comunione”, avvicinando in profondità il cuore di chi la crea, di chi l’esegue e di chi l’ascolta. All’appiattimento provocato da forze che sembrano voler privare le persone della loro capacità di elaborare pensieri complessi, di contemplare, riflettere e creare, la musica offre degli spazi privilegiati: per la fantasia, per la speculazione, per lo stupore e la commozione. Quanto la cultura in senso lato aiuta la musica a compiere la sua missione?
Come ho detto prima, penso che la cultura sia fondamentale per i musicisti, e, naturalmente, per la società intera; e, tuttavia, l’esempio della ragazzina del riformatorio mostra che la musica va anche oltre la cultura stessa, ed è comprensibile (quando è realizzata ed offerta con amore) veramente da chiunque. La musica può quindi diventare, secondo me, un terreno d’incontro per quelli che il Vangelo chiama “uomini di buona volontà”, le persone che credono nella possibilità di risollevarsi dalle tante crisi (economiche, spirituali, psicologiche e sociali) del mondo di oggi tramite la speranza, l’amicizia, la bellezza. Troppo spesso anche la musica classica è vincolata da logiche di mercato che la avviliscono, la riducono quasi ad una parente povera dello show business. Io credo che dovremmo ritrovare la specificità del fare artistico: una musica “sincera”, a servizio; un’arte così apparentemente “inutile”, qualcosa che non si tocca e non si “mangia”, ma che ha il potere di scaldare il cuore.
Da quello che scrive, da come suona, da quello che pensa emerge che la Sua attività è segnata da un forte senso etico: come si pone di fronte ai Suoi allievi?
Cerco, naturalmente, di trasmettere questo messaggio anche ai miei studenti. È molto bello, per me, comunicare la ricchezza che a mia volta ho ricevuto, in termini di tecnica pianistica, di prassi esecutiva, di esperienza concertistica e di conoscenze culturali; ma sono anche persuasa che si debba prestare la massima attenzione a formare dei giovani musicisti veramente “umani”, ricchi di vita e di esperienze emotive, pienamente inseriti nel contesto in cui viviamo, e non prigionieri di una torre d’avorio in cui l’unico valore da perseguire sia un’esattezza tecnica da CD o da concorso. Si narra che il grande poeta Rainer Maria Rilke abbia un giorno donato una rosa ad una mendicante che abitualmente chiedeva l’elemosina, sempre allo stesso posto. Poiché la donna non si fece poi vedere per alcuni giorni, quando tornò, un’amica di Rilke gli chiese: “Di cosa avrà vissuto questi giorni?”. Ed egli rispose: “Della rosa”. Accanto all’ovvia ed impellente necessità di venire incontro anche dal punto di vista materiale alle tantissime povertà di oggi, c’è anche, io credo, la necessità di fornire delle “rose”, grazie alle quali si può passare dal “sopravvivere” al “vivere” realmente.

27 febbraio 2012

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