INTERVISTE



#tempocalmo: 5 domande a musicisti italiani in tempo di coronavirus: Andrea Talmelli
Andrea Talmelli, compositore
1 - Come passa il suo tempo e di cosa si sta occupando sul piano musicale?
Scrivo molto di più non perché costretto a stare in casa ma perché ho meno distrazioni. E scrivere non mi pesa, lo ritengo anzi un privilegio non di tutti poter esprimersi con la composizione anche in regime di libertà vigilata. L’altra parte del tempo lo dedico alle attività online; quelle della SIMC avviate con il progetto “Scrivere per il Futuro” ma anche altre svolte in collaborazione con diversi Enti e Associazioni.
2 - Ha proposto sue esecuzioni in streaming?
Ho proposto Guide all’ascolto, ho partecipato a dirette parlando anche dei miei lavori, e facendone ascoltare frammenti, soprattutto di quelli più rappresentativi, inviando saluti e anche un brindisi speciale per il compleanno di Bruno Maderna, il 21 aprile scorso. Avremmo dovuto svolgere parecchie iniziative nel centenario della sua nascita, ma dopo l’avvio al Museo del Novecento a Milano tutto si è fermato. Il brindisi proposto dagli amici Rossana Dalmonte e Mario Baroni mi è sembrato di buon auspicio.
3 – Terminata l’emergenza COVID - 19 a suo avviso il modo di fruire la musica dal vivo sarà lo stesso o ripensato?
Penso che non soltanto per la musica, ma per ogni attività umana tutto non ritornerà semplicemente come prima. Bisognerà solo capire se qualche insegnamento lo coglieremo da questa tragedia. Alcune cose saranno positive perché avremo sperimentato altri approcci ma potrebbero essere anche negative se si sostituirà sempre più il contatto umano con quello ormai imperante del virtuale. E temo che le cose non finiranno qui, perché il Pianeta è ormai un ammalato cronico come da tempo si denunciava inascoltati. L’interesse di pochi è la rovina di tutti. E i virus potrebbero moltiplicarsi come pure le mascherine in modo permanente.
4 - Quale futuro lavorativo si prospetta per il settore e soprattutto i giovani interpreti dopo la pandemia?
Se per settore si intende ogni professione che abbia a che fare con la musica, non mi preoccuperei più di tanto. La musica avrà un mercato. Il problema è un altro perché la musica, sappiamo, in sé è troppo ambigua. Passare da una cultura musicale che sia crescita per l’uomo a prodotti di consumo sempre meno artistici e di qualità irriconoscibile, non toglierà a mio avviso lavoro ma richiederà professioni con altre finalità tecnologiche e industriali, e perciò potrebbe abbassare ancor più il livello di occupazione di chi si occupa invece e davvero di cultura e di arte.
5 – Vuole rivolgere un pensiero/appello al pubblico dei concerti?
Il pubblico deve pretendere di più per non essere considerato solo alla stregua del consumatore di prodotti musicali, più spesso scadenti o banali. Deve convincersi che una sua competenza ce l’ha, perché la musica la può ascoltare e capirla. Dunque pretendere per la sua cultura e per la sua crescita di avere spazi necessari non solo per ascoltare ma anche per aumentare la sua capacità di critica e di scelta e per tornare o arrivare ad emozionarsi con le grandi opere. E con le risorse tecniche e la bravura di interpreti e insegnanti, l’educazione musicale permanente deve essere un servizio pubblico essenziale per una politica meno miope che sappia guardare lontano.
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