INTERVISTE



Magnificat: comporre il sacro nel nostro tempo. Ne parla Giuseppe D'Amico

L'Accademia Ducale di Pietragalla (PZ) ha lanciato il Concorso di composizione Magnificat: ne parliamo con Giuseppe D'Amico, direttore artistico dell'ente oltre che compositore.
La composizione selezionata verrà eseguita in prima assoluta dall'Accademia Ducale il 22 agosto 2020 a Pietrapertosa (Pz).

D: Innanzi tutto, ci può dare una definizione di sacro nella musica?
R: Nella musica, come nell’arte in generale, per sacro, a mio avviso, si intende tutto ciò che trascende la materialità delle cose, tutto ciò che intimamente colpisce ed eleva lo spirito, tutto ciò che si discosta dalla caducità del mondano, dell’usa e getta, per addentrarsi nella dimensione dell’eterno e dell’etereo che però genera materia indissolubile che travalica il tempo e la storia. Sacro è tutto ciò che travalicando il tempo resta di immutabile bellezza ai nostri occhi.

D: La vocazione al sacro nella musica che propone l’Accademia Ducale: ci racconta da dove nasce e perché?
R: La vocazione al sacro dell’Accademia Ducale nasce con l’Accademia stessa. Nasce dall’idea di un sacerdote come riscatto di una comunità tramite l’arte in generale e la musica, declinata sia nella sua forma classica, sia nella sua forma di ricerca di nuovi linguaggi atti a celebrare il divino, secondo i canoni che ogni tempo ed ogni generazione di artisti reputa meglio rappresentarla.
Inoltre il patrocinio all’Accademia da parte del PIMS di Roma e della Diocesi di Acerenza avvalorano la nostra ricerca.

D: Magnificat: quali sono, secondo lei, i modelli di riferimento nella storia, sia passata che del nostro tempo?
R: In molti si sono cimentati con questo tema, riconosco non di facile approccio, sia per la profondità del testo, sia per la tradizione di compositori che si sono già cimentati con esso. Il Magnificat è per certi versi l’incipit, l’inizio per la cristianità, il cantico di una madre in adorante contemplazione che dona sè stessa nella indissolubile convinzione che da quell’inizio, da quell’istante, avrà luogo un nuovo corso della storia. È il momento della transizione che in poche parole ci consegna il coraggio di una madre nel dare alla luce una nuova vita. Sicuramente il Magnificat di Arvo Pärt, per restare nel nostro tempo, è, a mio avviso, un modello in cui ritrovare un’educazione culturale occidentale mediata, affiancata e a volte pregna di influenze della cultura slavo – bizantina e, più specificatamente, cristiana – ortodossa. Potente questa spiritualità emerge nella sua musica e nel suo ‘tintinnabuli’ - dal latino tintinnabulum, o “campana”: tecnica compositiva creata dal compositore estone che si basa sulla triade, l’accordo di tre suoni formato dalla sovrapposizione di due intervalli di terza. E le due note sopra la fondamentale della triade, la terza e la quinta, sono tra i suoni armonici che si formano più frequentemente quando viene colpita una campana (con una tendenza verso una terza minore). È lo stesso Pärt a chiarirne il senso: “Lavoro con ben pochi elementi: una voce, due voci. Costruisco con i materiali più primitivi: con la triade o con una tonalità specifica. Le tre note della triade sono come campane. Per questo motivo ho parlato di ‘tintinnabulatio’”, ndr -. Le fonti musicali di Pärt hanno origine in Occidente, in primo luogo il canto gregoriano e la polifonia antica; pochi sembrano essere, invece, gli influssi musicali orientali. Al contrario, invece, la tradizione filosofica e religiosa di questa parte del mondo diventa una colonna portante dell’estetica dei tintinnabuli. Sarebbe facile perdersi in un’analisi estetica del Magnificat di Arvo Pärt, la grande potenza ispiratrice, accompagnata da una grande tecnica compositiva, ne fanno a mio avviso uno splendido modello del nostro tempo. Parimenti non trascurabile è il Magnificat di Krzysztof Penderecki - venuto a mancare proprio ieri all'età di 86 anni, ndr -, sicuramente molto diverso per linguaggio ma altrettanto potente. Nel corso della sua carriera, diverse volte si è cimentato nella composizione sacra sempre mantenendo un linguaggio di avanguardia. I Salmi di Davide, la monumentale Passione di San Luca nel 1966 per orchestra, soli, coro e voci bianche, ispirata al modello delle ‘Passioni’ di Bach, restano capolavori indiscussi della produzione del ‘900. Il Magnificat rappresenta un punto d'unione tra il suo stile ‘sonorista’ d'avanguardia e la sua successiva tradizione post-romantica: fu composto per celebrare il 65° anniversario della fine del ghetto ebraico di Lódz, Kadiszil. Ma molti altri brani sacri che ha prodotto, come il Te Deum, iniziato dopo l’elezione del Pontefice Giovanni Paolo II, la Trenodia per le vittime di Hiroshima, l'Oratorio per Auschwitz e il monumentale Requiem polacco, Le sette porte di Gerusalemme (sinfonia-oratorio per cinque voci soliste, narratore, tre cori misti e orchestra), potrebbero essere di esempio come produzione di musica sacra del secolo scorso.
Vorrei concludere semplicemente riportando due frasi, una per ogni compositore, che penso ben riassumano il loro rapporto con la materia divina: quella di Arvo Pärt: “Le mie melodie sono peccati, le voci tintinnambuli, il perdono dei peccati”; quella di Penderecki: “Per me la musica sacra è un modo per affermare quello in cui credo; anzi è l'unico modo con cui riesco a dare voce alla verità”.

D: A proposito del Concorso: cosa chiedete ai compositori? 12 minuti per cinque sezioni - 1. Magnificat 2. Quia fecit 3. Fecit potentiam 4. Suscepit Israel 5. Gloria Patri: sembra essere richiesto un grande lavoro di sintesi!
R: Il lavoro richiesto ai compositori non è dei più facili, di questo ci rendiamo conto, ma quello che ci ha spinto a chiedere una così condensata opera, è la volontà di far trasparire dalle composizioni il messaggio di rinascita, il messaggio di speranza che traspare dal testo, al di là delle convinzioni religiose che ognuno possa avere. Il messaggio di vita, di una giovane donna che accetta in toto il mistero della vita in tutte le sue declinazioni sociali, ci ha spinto a creare un bando in cui sia il messaggio il centro della composizione, senza che esso possa correre il rischio di diventare ornamento della musica che, in questa composizione, assurge al ruolo non di serva della parola, ma di coprotagonista di un messaggio di speranza.

D: Questo concorso propone un organico particolare - soprano - tenore - flauto - clarinetto - contrabbasso - pianoforte: ci spiega perché questa scelta?
R: La scelta di questo organico non convenzionale nasce sia dalla volontà di sperimentare impasti timbrici inusuali, sia dalla volontà di valorizzare il lavoro di musicisti dell’Accademia che si sono focalizzati nell’esecuzione di musica contemporanea come il trio Marsia, nato nella stessa Accademia, che ha pubblicato un lavoro sul compositore svizzero Julien-François Zbinden, pubblicato dalla Da Vinci di Osaka, sia i nostri cantanti che già diverse volte si sono approcciati a nuove composizioni scritte appositamente per loro all’interno dell’Accademia. Le volontà di fondo sono, quindi, la ricerca di nuovi timbri e la ferma convinzione di mettere al servizio dei compositori le migliori professionalità presenti nell’Accademia nel campo dell’esecuzione contemporanea.

D: La musica sacra è un linguaggio a parte nella musica? Se sì: in cosa si differenzia dalla musica ‘profana’ nel nostro tempo?
R: Non penso che la musica sacra si possa definire un linguaggio a parte nella musica. Possiamo convenire che le modalità d’ispirazione alla base della stessa nascano dal rapporto del compositore con la dimensione del divino, ma la scelta del linguaggio resta a totale appannaggio del compositore, ben diverso è, invece, il discorso della musica liturgica, la cui funzione, e quindi il linguaggio, in un certo senso sono asservite al culto del divino.

D: E nel momento delicato che tutti stiamo vivendo può condizionare il modo di scrivere?
R: In questi giorni difficili secondo me si assiste ad un risveglio delle coscienze, ad un ritorno della centralità dell’uomo, non come generatore di profitto, ma come essere senziente e in quanto tale meritevole di attenzione al di là della sua capacità produttiva. Un uomo che, spero, riscopra il rapporto con l’altro e con la natura, che ascolti la bellezza che lo circonda in questi giorni di silenzio e di calma forzata, un uomo che ritrovi, dunque, l’amore per sé stesso e non per le cose.

D: E il modo di ascoltare?
R: Come detto, possa essere questo silenzio forzato, questa calma indotta, il momento per ascoltare in profondità ciò che di bello ci è stato lasciato da chi ci ha preceduto, riscoprendone il messaggio ispiratore e spogliando il nostro ascolto da ogni sovrastruttura per tornare ad un ascolto piacevole che possa alleviare le nostre anime da questo momento particolare. Per lo meno è quello che cerco di fare io.

D: Come formulerebbe l’invito all’ascolto del Magnificat?
R: L’ascolto del Magnificat, al di là della potenza delle strutture compositive, credo sia nella comprensione del messaggio di speranza alla base del testo latino, il messaggio di rinnovamento che traspare potente dalle parole semplici di una ragazza di circa sedici anni che si affaccia al mistero della vita. 

A cura di Caterina Santi