INTERVISTE



Intervista a Mirco De Stefani
Martedì 3 luglio, presso la chiesa di Santa Maria di Castello, a Biancade, sarà presentato il CD di sue composizioni che lei ha recentemente realizzato con il violoncellista Marco Dalsass. Ci può parlare di questo evento?
Desidero innanzitutto ringraziare Marco Dalsass per aver intrapreso e felicemente portato a termine un’impresa che poteva sembrare quasi improponibile: studiare una lunga serie di composizioni di musica classica contemporanea – tecnicamente difficili e dense di strutture e contenuti, come i XII Preludi per Violoncello, composti nel 2000 e dedicati al poeta Paul Celan – e nel contempo realizzare un’edizione discografica impeccabile, dall’ascolto sempre avvincente e accattivante. Sottolineo la singolarità di questo evento, perché in esso mi sembra presente in forma emblematica un aspetto pressoché sconosciuto della vita musicale dei tempi odierni: la collaborazione tra compositore e interprete. Ho sempre pensato alla musica come un qualcosa situato al di là delle manifestazioni spettacolari, esibizionistiche, appartato in una zona d’ombra dove ciò che precede la composizione di un’opera musicale e cresce con essa, appartiene alla dimensione del silenzio, della solitudine, della meditazione, per poi aprirsi e quasi sbocciare con la realizzazione dell’opera stessa e con la sua esecuzione. Oggi, purtroppo, questa dimensione appare minoritaria, quasi bandita, travolta dalla supremazia del mercato, che pilota pubblico ed interpreti lungo le redditizie autostrade della musica di repertorio, li innalza alle pietraie dolomitiche, li lusinga in baite heideggeriane e improbabili capannoni. La musica non può essere solo esibizione e riesumazione, luogo privilegiato di successo costruito su composizioni dei secoli passati; e tanto meno gioco di prestigio con le carte truccate di certe improvvisazioni, o di certe musiche neosemplici, fatte apposta per sbalordire o sedurre l’ingenuo ascoltatore. Resta, tutto sommato, fondamentale contraltare a questa degenerazione ciclica dei costumi, la figura sempre attuale del grande Bach: immenso, inarrivabile esempio di modestia, geniale laboriosità e tenacia.
Ci racconti, dunque, di come si è svolta la collaborazione tra lei e il violoncellista Marco Dalsass.
Conoscevo Marco Dalsass fin dal 1990, anno della prima esecuzione del Galateo in Bosco, rappresentazione musicale da me composta su testi di Andrea Zanzotto, al Teatro Comunale di Treviso. Esecuzione che fu ripetuta in più sedi, tra cui la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e che trovò anche realizzazione discografica nel 1994 per l’etichetta Rivoalto. Dopo aver accettato di buon grado anche questo lavoro, in pochi mesi Marco si è impegnato strenuamente attorno a musiche tanto impervie quanto iperstratificate, che lo hanno coinvolto fino al limite della resistenza fisica per la paziente ricerca delle migliori soluzioni tecniche. Io non sono violoncellista, compongo al pianoforte, ma ciò che, durante la composizione dei Preludi, poteva sembrare un ostacolo alla scrittura, si è rivelato invece un invito pressante ad andare al di là degli schemi consueti, abitudinari, quasi automatici che ogni esecutore vive nella propria fisicità performativa. Un invito a forzare i limiti esecutivi, imponendo quasi l’impossibile alle forze pur agguerrite dell’interprete. Ecco allora che si è cominciato a delineare quel triangolo magico, costituito dal compositore, dall’interprete e dal poeta, che sottende alla scrittura dei XII Preludi. L’energia sconvolgente che la poetica di Paul Celan imprime alla parola, deformandola, collassandola, frantumandola fino a lanciarla lungo le più eteree linee di fuga o sprofondandola negli abissi della disperazione, funge da antecedente alla scrittura musicale, che nella tessitura del violoncello vede espresse al massimo grado le proprie esigenze espressive. Ne nascono accordi aggrumati, compressi, iterati, linee melodiche che sfumano in improvvisi echi e dilatati piani prospettici. Di tutto questo lavorio di scritture e interpretazioni che ha coinvolto compositore e interprete – ma anche il tecnico del suono, impareggiabile e importantissima figura di cui non si è mai parlato a sufficienza, ma anche il grafico e lo stesso produttore – di tutto ciò, dunque, alla fine non appare traccia: l’esecuzione e la realizzazione discografica riescono, a mio avviso, a portarsi ad un piano di superiore consapevolezza, lambendo quell’idea di melos che l’ascoltatore sempre ricerca e desidera nel suo personale ascolto. Se la musica avvicina gli uomini, li avvicina infatti non come amorfe coscienze appiattite nel pensiero unico, ma come isole di libertà che comunicano tra loro nella libertà.
Allora, come vede la sede in cui si ascolteranno per la prima volta alcuni di questi pezzi?
Andrea Zanzotto, con il quale ho avuto la fortuna di collaborare per oltre vent’anni in un clima di familiare frequentazione, e che mi ha sempre elargito perle di saggezza, diceva che ogni opera, ogni opus, è, alla fine 0 (zero) + pus. Di essa non resterà traccia. Nella millenaria chiesetta di Biancade troveremo una semplice e spoglia scena che accoglierà parole e musica nella loro esposizione nello spazio e nel tempo condivisi. Se la musica, ogni musica, ha un fondo imperscrutabile e inalienabile di sacralità, e, come la poesia di Zanzotto, ma anche di Celan, resta sempre nella dimensione dell’offerta alla divinità, allora ci troveremo nel posto giusto, al momento giusto, lontani dai clamori del mondo. E la scena sembrerà la più adatta e necessaria. La musica che rifiuta di essere inscritta in una scena, anche la più umile e appartata, per portarsi in luoghi ed essa del tutto alieni, dove la natura o l’esibizione prevalgono sulla cultura, dove quest’ultima è immolata sull’altare del marketing e dell’esibizionismo fine a se stesso, quella musica, priva di scena, sarà allora, come direbbe Zanzotto, a scena nulla, quindi 0 + scena: diventerà dunque, suo malgrado, musica oscena.
Intervista a Mirco De Stefani rilasciata in occasione della Conferenza-Concerto del 3 luglio presso la chiesa di Santa Maria di Castello a Biancade (Treviso)