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Amadeus - giugno 2011

giugno, Paragon, Milano 2011

Descrizione: Il numero in edicola contiene 2 CD su Liszt: uno con Marco Rogliano e Andrea Dindo, l'altro con Alessandro Calcagnile e Rossella Spinosa con il Coro Euridice. 

 

Edmondo Filippini guida l'ascolto: "Liszt è a tutt’oggi conosciuto come una delle personalità pianistiche più eminenti dell’intera storia della musica, ricordato a più riprese per il suo funambolismo, la sua sterminata produzione pianistica nonché per i numerosi aneddoti amorosi che hanno attraversato tutta la sua vita ed interessato schiere di biografi. Meno nota, se non per gran parte del ‘900 quasi interamente ignorata, è invece la produzione sacra, sia essa al pianoforte o con coro, che ha interessato la carriera compositiva di Liszt sin dagli anni quaranta dell’800. Finita l’era dei viaggi concertistici in tutta Europa (1839-47), archiviata la feconda e travagliata esperienza di maestro di cappella a Weimar (1847-59) ed ormai rassegnato all’idea di non poter sposare l’amata Principessa Carolyne von Sayn-Wittgenstein, Liszt è diventato un pellegrino. Presi gli ordini minori nel 1865 la sua vita va organizzandosi secondo un programma di viaggi caratterizzato da mete fisse come l’Italia ed in particolare Roma, la mai dimenticata Weimar, la natia Ungheria, dove nel 1875 viene nominato presidente dell’Accademia Reale di Musica ed alcune città europee in cui occasionalmente si reca per eseguire e mostrare ancora una volta il “mito Liszt”. Durante questi continui spostamenti nascono le quattro opere qui presentate (1876-80), frutto dell’ultimo e spiritualmente più intenso momento della sua vita. Esse si focalizzano infatti sui generi più rappresentativi prediletti da Liszt nella sua ultima stagione creativa, la musica pianistica di stampo sia sacro che profano e la volontà di rinnovamento della musica sacra vocale. Apre il cd la Fest-Polonaise S.619a per pianoforte a 4 mani, unica composizione dell’intero catalogo lisztiano concepita per tale formazione. Fu composta e terminata in Italia alla Villa d'Este di Tivoli il 15 gennaio 1876 (pubblicata nel 1908) per il matrimonio della Principessa Maria di Sassonia. L’opera si caratterizza con un tipico ritmo di polonaise, con largo uso di passaggi di ottave e strutturata a sezioni contrapposte, concepita in quel tipico stile brillante e virtuosistico cui Liszt ha abituato il pubblico. Di tutt’altra natura è invece il piccolo brano Sancta Dorothea S.187, scritto l’anno successivo a Roma. Dopo La vie trifuquée del 1869, la musica sacra per pianoforte di Liszt subì una sorta di rallentamento. Appartiene agli anni 1877-79 un piccolo corpus di composizioni di cui fanno parte, oltre alla stessa Sancta Dorothea anche l'Ave Maria, entrambe tratte da due corali, il Preludio ed Inno a San Francesco, In domum Domini ibimus e In festo transfigurationis. Fa parte quindi di un ideale ciclo di opere dal carattere contemplativo di breve durata (consta di sole 48 misure), ed è un chiaro esempio del senso del sacro presente nella produzione dell'ultimo Liszt. La composizione è intitolata ad una martire del IV secolo che preferì rinunciare alla propria vita piuttosto che fare sacrifici agli Dei; vi è però un ulteriore evento biografico che la rende degna di interesse, la festa di Santa Dorotea, generalmente celebrata il 6 febbraio, era anche lo stesso giorno in cui, nel 1866, si spegneva Anna Liszt, madre del compositore, lasciando quindi immaginare questa musica come un ideale ricordo materno. A lungo meditato ed a più riprese accantonato il progetto, sin dal 1860 Liszt pensava ad una possibile versione della Via Crucis. Abbozzata nel 1866 a Monte Mario presso Roma, solo oltre dieci anni dopo, nel 1878, l’opera vedrà la sua stesura definitiva tra la Villa d’Este di Tivoli e Roma. Concepita originariamente per soli, coro e organo (o pianoforte) viene trascritta l’anno successivo a Budapest in una versione per solo pianoforte a 4 mani (S.583), a riprova della possibilità di un’esecuzione pianistica a se stante e svincolata dalla celebrazione liturgica. Non solo può quindi considerarsi a ben diritto come un’opera ibrida ma è anche senza paragone nell’intera letteratura musicale dell’800, nonché tappa fondamentale della ricerca lisztiana verso la nuova armonia e dove più felicemente Liszt riesce a fondere il gusto drammatico a ciò che era il suo senso religioso più intimo. Via Crucis si apre con l’inno alla croce, scritto da Venanzio Fortunato (530-607), Vexilla Regis e riprende la struttura e lo stile della monodia gregoriana sia nell’incipit pianistico che nella condotta delle parti corali ed a cui segue il mottetto: O Crux ave, spes unica. Con questo prologo inizia la passione di Cristo, da ora in poi seguiranno le quattordici stazioni canoniche in un susseguirsi di brevi episodi. La Station I. Jesus wird zum Tode verdammt (Gesù è flagellato, deriso e condannato a morte), apre con un movimento in passaggi di ottave dal carattere molto concitato, un chiaro richiamo alla confusione del popolo alla presentazione di Gesù e, secondo uno schema drammatico ben stabilito, solennemente irrompe Pilato (basso) con le parole: Innocens ego sum a sanguine iusti huius. La Station II. Jesus trägt sein Kreuz (Gesù è caricato della croce) si suddivide in due parti, separate dalle parole “Ave crux!” (baritono), in cui viene suggerita nella prima il momento della Croce messa sulle spalle di Cristo e nella seconda, con ritmo costante, l’incamminarsi verso il Golgotha. Alla Station III. Jesus fällt zum ersten Mal (Gesù cade per la prima volta), affidata alle parole del coro: Jesus cadit, fa seguito l'intonazione dell'inno medievale Stabat Mater attribuito a Jacopone da Todi (due soprani e contralto) in cui Liszt propone una nuova versione della figura della croce. La Station IV. Jesus begegnet seiner heiligen Mutter (Gesù incontra sua Madre), solo strumentale, mostra ancora una tipica concezione drammaturgica in cui Cristo, ripreso il cammino, incontra la madre piangente per cui Liszt scrive un tema sfuggente e quasi impalbabile in netto contrappunto al dolore del figlio reso con toni molto aspri. La Station V. Simon von Kyrene hilft Jesus das Kreuz tragen (Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene) e la Station VI. Sancta Veronica (Santa Veronica asciuga il volto di Gesù) proseguono e chiudono i tre momenti dedicati agli incontri. Se la Stazione V, ancora strumentale, ripropone il senso del faticoso cammino, l'incontro con la santa è invece uno dei momenti più interessanti della partitura lisztiana, in cui il compositore propone una nuova armonizzazione di un celebre corale della liturgia luterana, intonato in tedesco e già noto per l’utilizzo che J.S.Bach ne aveva fatto nelle sue Passioni. Liszt arriva a suggerire così una sintesi tra due tradizioni musicali da sempre distanti per liturgia e per lingua. Le Station VII. Jesus fällt zum zweiten Mal (Gesù cade per la seconda volta) e Station IX. Jesus fällt zum dritten Mal (Gesù cade per la terza volta) riprendono, variando e creando un effetto di unità drammatica interna, lo stesso tema e la stessa struttura della Stazione III. Le Station VIII. Die Frauen von Jerusalem (Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme) e Station X. Jesus wird entkleidet (Gesù è spogliato delle vesti), oltre a preparare l’atmosfera per quello che è il momento culminante dell'intero ciclo della passione (la crocifissione e morte di Cristo), danno anche la possibilità al compositore di esplorare in una maniera del tutto nuova i personaggi stessi, introducendo un discorso armonico e strumentale di grande complessità e visionarietà. Le tre stazioni successive, Station X. Jesus wird entkleidet, Station XI. Jesus wird ans Kreuz gsechlagen e Station XII. Jesus stirbt am Kreuze, (rispettivamente Gesù è inchiodato sulla croce, Gesù muore in croce, Gesù è deposto dalla croce), sono brani drammaturgicamente uniti, il cui comune denominatore diviene proprio quella croce simbolo della cristianità a cui il compositore si era convertito. All'imperioso: Crucifige (Station X) intonato dal coro, seguono le famose parole: Eli Eli lamà sabactani? (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) di Cristo (Station XII) secondo uno schema misto in cui all'intonazione a solo del baritono fa seguito un breve momento strumentale per concludersi con un altro corale della tradizione luterana: O traurigkeit. Il momento successivo alla morte di Cristo, la deposizione dalla croce (Station XIII) viene invece inteso da Liszt secondo un'idea contraria di ascensione dalla stessa. L'ultima Station XIV. Jesus wird ins Grab gelegt (Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro) conclude riprendendo, dopo una breve introduzione strumentale, l’Ave Crux (Station II), questa volta realizzato secondo un più complesso schema di dialogo tra parti soli (contralto), coro e pianoforte. L'ultimo brano proposto è anche una delle ultime composizioni religiose lisztiane, In festo transfigurationis Domini nostri Jesu Christi S.188, composto a Weimar e datato 6 agosto 1880. In quest’opera dell’estrema maturità l'intero tessuto musicale sembra diventare, come già accade nella Via Crucis, via via sempre più disadorno, tanto che il tema principale è costituito esclusivamente dalle quattro note iniziali suonate in ottava, pretesto che permette al compositore di costruire una serie di arpeggi che andranno sfumandosi sempre di più nei conclusivi accordi che conferiscono all’intero brano un senso di ascensione e trasfigurazione".

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