INTERVISTE



#tempocalmo: 5 domande a musicisti in tempo di coronavirus: Giorgio Mirto

Giorgio Mirto compositore e chitarrista
1 - Come passa il suo tempo?
Nonostante l'assurda situazione che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, la gestione del mio tempo non è sostanzialmente cambiata: studio, scrivo, continuo a fare lezione ai miei allievi del Conservatorio G. Mascagni di Livorno, online, ovviamente! Di base la mia vita è strutturata così. Certo, mi manca molto il contatto umano, un’uscita non premeditata per raggiungere degli amici, due passi la sera per il mio caleidoscopico quartiere, un giro in moto in Val di Susa. Sembrano tutte cose appartenenti a un’altra vita!
2 - Di cosa si sta occupando?
Sto scrivendo cose nuove.
Sto concludendo un nuovo gruppo di brani per chitarra sola (Letters from abroad) dedicati a Cristiano Poli Cappelli. Scelsi il titolo in tempi non sospetti, ma oggi più che mai, in questa dimensione di inaspettato isolamento, l'idea di "lettere che arrivano da lontano" suona profeticamente appropriata, pur se ammantata di una silenziosa malinconia. Ho scritto un brano per due chitarre che andrà a far parte di un ampio progetto in cui sono stato coinvolto dai Casino Royale, storica band milanese con cui ho la fortuna e il piacere di collaborare a una nuova release discografica. Sto scrivendo un altro brano nuovo per due chitarre, ma questo lo sto scrivendo spinto unicamente da motivazioni di carattere personale. Sto continuando il mio lavoro con l'Orchestra dell'Alta Felicità, che dirigo e con cui stiamo portando avanti svariati progetti diffusi dai social networks, tra cui la campagna #teniamocistretti, diffusa da La Stampa. Nel primo abbiamo ospitato Guido Catalano, attualmente stiamo lavorando a un omaggio a Sepulveda che vedrà ospite Vinicio Marchioni.
Sto iniziando ad appuntare idee per un nuovo brano per chitarra e violoncello dedicato al Duo Edenwood, costituito da Catherine Struys e Wouter Vercruysse. Dopo aver sentito la loro splendida esecuzione del mio Light Blue, realizzata per la Radio Nazionale del Belgio, mi è venuta voglia di scrivere ancora per questa formazione. Da molto, inoltre, sognavo di scegliere di trovare il tempo per dedicarmi allo studio di musiche nuove o che non avevo mai studiato prima. Il tempo lungo e strano di questi giorni, settimane, mesi, mi ha “aiutato” a trovare quel tempo. E la cosa più entusiasmante è che mi sono “divertito” tantissimo a trascorrere ore ed ore a studiare, a leggere, a diteggiare, a cancellare tutto e ricominciare, a pormi mille domande, a perdermici dentro sentendo che anche quel tempo lungo e strano di questi giorni, settimane, mesi, si annullava. Potrebbe apparire pleonastico ciò che sto dicendo. Ma non credo si debba mai dare per scontato nulla. Tantomeno che, nel vivere di musica e arte e nel fare musica e cercare di fare anche arte, non è così scontato che quell’amore che ci spinge in quella direzione non debba essere costantemente accudito, rigenerato, motivato, stimolato, e non abbandonato nei cassetti delle “certezze” date per certe a prescindere. Infine, sto aspettando il brano che Giovanni Albini sta scrivendo per me in questi giorni. Giovanni è un raffinato e colto compositore nonché amico ormai di lunga data. In passato ho inciso ed eseguito alcuni suoi brani e sono felicissimo di avere nuovamente la possibilità di confrontarmi con la sua scrittura e con la sua estetica.
3 - Cosa propone di vedere e ascoltare della sua musica?
Questa domanda non è facile: dalla musica “assoluta” alla musica per immagini, dalle colonne sonore per il teatro alle svariate collaborazioni con il mondo del pop, la mia attività di compositore si articola su più livelli e segue propensioni onnivore ed eclettiche. Nell’arco degli anni, inoltre, la mia scrittura è cambiata. Forse non tanto nell’estetica dei contenuti quanto per la mia esigenza di ricercare nuovi spazi. Spazi più vuoti, meno densi. Forse mi interessa andare a cercare una forma di “silenzio”, una tensione dell’assenza. Se dovessi proporre un “viaggio” in tal senso proporrei di partire dal quintetto con chitarra Triste, Solitario y Final e dal Piano Trio o Le sette porte, che sono tutti più o meno dello stesso periodo: giusto per partire da un punto e far vedere come, oggi, sono approdato a un altro. Non rinnego nulla di ciò che ho scritto, credo di riuscire ad identificarmi con ogni parte di esso. Ma la musica e lo scriverla mi hanno portato a una riflessione: sia nella musica che nella vita si tendiamo a riempire gli spazi vuoti, che tendenzialmente sono legati al tempo, che in musica si traduce necessariamente in suono, o in assenza di suono. Di conseguenza il non concedere e concedersi uno spazio vuoto, un momento in cui non accade nulla, si traduce in presenza ed emissione di suono costanti, laddove, letterariamente parlando, i maggiori drammi si son sempre consumati nel silenzio delle assenze. Forse si inizia a concedersi alla ricerca potente dell’attesa nel momento in cui si accetta di accogliere uno spazio vuoto nella vita stessa? Gradualmente credo di aver intrapreso un percorso di “svuotamento” che parte dai 3 Open Spaces per tre chitarre, passa attraverso alcuni brani staccati come Through the silence per chitarra sola, Monopoli per pianoforte e quartetto d’archi ed un gruppo di brani pianistici registrati da Maria Semeraro nel CD Outside the window per giungere alle ultime due colonne sonore che ho scritto per il teatro Fat men in skirts, testo di N. Silver e Cervus, testo di A. Mark. In questi ultimi due lavori ho sperimentato un “mare” di modalità di scrittura, ricerca timbrica e processo di realizzazione in cui sinora non avevo mai “navigato”. E’ interessante notare come ci approcciamo al sondaggio di certe tematiche in maniera differente nel corso della nostra esistenza. In precedenza ero andato alla ricerca della gelida desolazione dei paesaggi nordici attraverso brani come Landscapes per orchestra d’archi dal CD Norwegian memories, quotato cd dell’anno 2015 per American Record Guide). Il linguaggio era comunque sempre legato all’emotività della presenza e del gesto sonoro. Nei succitati lavori teatrali ho provato a dialogare, invece, con le dilatazioni dei tempi, delle figurazioni, con l’attesa della decadenza anche solo del riverbero dell’ultimo suono prima di concedermi di farne entrare un altro.
Al momento attuale sto lavorando a brani nuovi, come ho detto, nel tentativo di interpolare e far dialogare questi miei percorsi di ricerca.
Se dovessi continuare a proporre di vedere e ascoltare qualcosa della mia musica che sia coerente con il mio essere dotato di propensioni onnivore ed eclettiche, non tralascerei di citare colonne sonore come Exit per l’omonima commedia di F. Paravidino, quella per il film Onirica di L. Canale Brucculeri e le mie collaborazioni con il mondo della musica non “classica” tra cui Zibba, Perturbazione, Casino Royale, Christian Rigano e svariati altri.
4 - E della musica in genere?
Quella che credo essere una delle mie fortune più grandi (artisticamente parlando) è stata l’eterogeneità della mia formazione. Da un lato ero studente accademicamente dedito allo studio di uno strumento, dall’altro, tra i banchi del liceo, ero tra i fondatori di una rock band (i Perturbazione). Le due cose coesistevano benissimo dentro di me e si portavano dietro attitudini, approcci, ascolti, immagini, passioni molto diversi fra loro. Diversi ma mai discrasici, sempre complementari. Quindi sono cresciuto entusiasmandomi sia per l’ascolto di bands come i Velvet Underground, i Led Zeppelin, gli Smiths o i Police, giusto per citarne alcuni, sia per le opere di Beethoven, Schubert, Grieg, Debussy, Cage o Feldman, sempre per citarne solo qualcuno. Ancora oggi ho mantenuto questa abitudine. E quindi consiglierei a tutti di ascoltare tanto ed aprirsi ad una ricerca caleidoscopica che non abbia preclusioni o preconcetti a filtro della bellezza della percezione.
Ancora oggi mi commuovo ad ascoltare Friday i’m in love dei Cure esattamente come mi accade per il Carnaval di Schumann.
5 - Qual è il colore della musica?
Quello che non esiste. E se esistesse verrebbe visto da tutti in maniera diversa, senza che nessuno lo sappia.
Infine, qual è la composizione che ha cambiato la sua vita?
La 'Sonata a Kreutzer' di Beethoven. Se invece mi state chiedendo di quale fra le mie, di composizioni, rispondo Trio 451: è il mio primo trio per archi. E lì, la mia vita, stava cambiando davvero tanto, troppo.
http://www.giorgiomirto.com

© Cidim