INTERVISTE



#tempocalmo: 5 domande a musicisti italiani in tempo di coronavirus: Marco Di Battista
Marco Di Battista, pianista
1. Come passa il suo tempo e di cosa si sta occupando sul piano musicale?
Sembrerebbe un paradosso ma il mio tempo libero, in questo momento pandemico così fosco, si è ridotto di molto. Lavoro da docente presso due conservatori e la didattica a distanza sta assorbendo la maggior parte del mio tempo, un’attività che svolgo con fervore per assicurare agli studenti quel minimo di diritto allo studio negato dalle circostanze in atto. Si tratta di una mansione decisamente più dispendiosa, in termini di energie e di tempo rispetto alla didattica frontale, ma la svolgo con piacere, peraltro una incombenza, quella dell’insegnante via web, che svolgo da undici anni. Nonostante ciò continuo a studiare il pianoforte e, pochi giorni fa, è uscito un disco di elettronica, per così dire creativa, registrato la scorsa estate con i Soundscape’s Activity. Ho il materiale pronto per un altro disco, questa volta di jazz, avevo preventivato con i miei colleghi-amici di registrarlo in aprile, comprensibilmente non ci siamo riusciti.
2. Ha proposto sue esecuzioni in streaming?
Non ho offerto nessuna esecuzione in streaming anche perché non mi è stato proposto di farla. Avrei potuto gestire il tutto autonomamente e tecnicamente in maniera efficace perché con i miei collaboratori del magazine Jazz Convention (www.jazzconvention.net), che dirigo dal 2000, nel corso degli anni abbiamo sperimentato di tutto e frequentato tutte le piattaforme streaming possibili – anche sviluppate in proprio – e tutto questo molto in anticipo sui tempi ma, pur avendo io qualcosa da dire musicalmente e musicologicamente, mi rendo conto di non possedere quel appeal attrattivo per il pubblico che musicisti o musicologi più inseriti nel mercato di me godono.
3. Terminata l’emergenza COVID - 19 a suo avviso il modo di fruire la musica dal vivo sarà lo stesso o ripensato?
Le diverse fasi si stanno da subito palesando, molti festival sono stati annullati o rinviati alcuni, ultimamente, hanno fatto ricorso allo streaming chiedendo ai musicisti di allestire concerti casalinghi il più delle volte - non essendo giustamente questi musicisti registi o tecnici - le performances si sono rivelate per suono e per qualità video poco fruibili. In rete già osservo che studi di registrazione professionali si stanno organizzando per offrire, dopo la ripartenza, dirette streaming di concerti in compresenza, con i musicisti opportunamente distanziati, ritengo che questa potrebbe essere la tendenza della fase emergenziale poi si dovrà tornare, per forza di cose, alla musica dal vivo per non snaturarne gli aspetti di condivisione e di fruizione, per non traviarne la prospettiva aggregativa e comunitaria.
4. Quale futuro lavorativo si prospetta per il settore e soprattutto i giovani interpreti dopo la pandemia?
La questione lavoro è un problema spinoso, ritengo che i musicisti ai vertici della filiera dopo un periodo di assestamento, non certo facile per tutti, torneranno sulla sommità senza subire grandi sconquassi essendo essi stessi, sopratutto nel jazz, il sistema. Molti di loro, infatti, sono organizzatori, direttori artistici, per la maggior parte consorziati in strutture corporative che ne tutelano i diritti. Per tutti gli altri, come intuibile, non sarà facile sopratutto se teniamo conto che dai conservatori ogni anno vengono licenziati centinaia di giovani, per giunta anche talentuosi. In questo senso si dovrebbe avere coraggio e dare più spazio alle nuove generazioni e, in generale, di essere più equi nella ripartizione dei concerti istituzionali a sostegno di coloro che lo meritano, senza distinzione d’età o preclusioni di genere perché, a mio avviso, tutti hanno diritto di lavorare e di potere ambire ad uno stato sociale dignitoso, soprattutto adesso. In tal senso, insieme ad alcuni collaboratori, mi sono adoperato nell’allestire un laboratorio di produzione musicale formato tutto da giovani talenti, provenienti da tutta Italia, condensatosi nel progetto M.A.C. (Modular Art Collective). Il Modular Art Collective è un laboratorio di idee musicali condivise, la cui finalità è quella di produrre musica d'arte senza steccati di genere. L'organico strumentale è composto da giovani musicisti di estrazione musicale diversa, distintisi per le qualità esecutive ed interpretative espresse e inclini alla sperimentazione, all'innovazione e alla composizione democratica.
5. Vuole rivolgere un pensiero/appello al pubblico dei concerti?
Il pubblico spero si riappropri dell’attenzione, della competenza dell’ascolto e non si abbandoni al solo sentire. Auspico che conquisti di nuovo il senso critico smarrito, spero che torni a ravvisare l'inadeguatezza musicale di certe esecuzioni, ahimè, sempre più frequenti, sempre più incensate e approvate sui social da un pubblico pericolosamente distratto che si accontenta di non pensare, che è appagato dai soliti fritti e rifritti cliché permeati da una logica commerciale e spesso anticulturale.
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